La parola superfood è un prodotto recente della comunicazione dei media, poi adottato anche dal linguaggio comune con connotazioni un po’ hipster. Non è invece riconosciuto dalla comunità scientifica. 

Con “superfood” si fa riferimento a cibi, spesso di origine vegetale, ad elevata concentrazione di micronutrienti (vitamine, minerali, acidi grassi insaturi) e antiossidanti (polifenoli, flavonoidi e altre classi). Talvolta a questi cibi vengono attribuite proprietà salutistiche.

Un concetto insito nell’etimologia del termine è rappresentato dalla presunta insostituibilità del loro consumo rispetto a cibi ‘’normali’’. 

Caratteristica condivisa tra molti superfood è l’essere legati alla tradizione di un popolo, e la commercializzazione sotto forma di prodotti freschi (non processati). Alcuni di essi sono di origine esotica. Non per forza un superfood deriva da coltivazione biologica e rispettosa dell’ambiente.

Una comune strategia di marketing consiste nell’incentrare l’attenzione dei consumatori sulla ricchezza dei prodotti in micronutrienti e antiossidanti. Zinco, selenio, polifenoli: talvolta ci capita di ricordare improvvisamente queste componenti solamente perché li leggiamo sull’etichetta, e il pensiero corre immediatamente ai rischi potenzialmente associati alla loro carenza. 

Scegliere un superfood soltanto per il suo elevato contenuto in uno o pochi nutrienti rischia di farci perdere la visione d’insieme di quel cibo, tendiamo insomma a “polarizzarlo” in senso positivo in modo abbastanza emotivo e irrazionale. 

Prendiamo come esempio i semi di chia, fonte indiscussa di vitamine B1, B3 e di fosforo. Pur essendo ultra celebrati, non sono gli unici semi a contenerne, ad esempio i semi di girasole sono altrettanto validi nel fornire quantità simili degli stessi nutrienti. L’aspetto da sottolineare a monte è la quantità con cui vengono consumati, decisamente bassa per fornire una % significativa dei fabbisogni giornalieri. Per quanto densi di vitamina B1, consumarne saltuariamente 10g all’interno di un pasto non contribuirà in modo significativo al nostro apporto della vitamina nel lungo periodo.

L’uso del termine superfood è proibito in etichetta nei prodotti commercializzati in Unione Europea (EC 1924/2006), mentre non sono previste restrizioni in stati come USA e Australia. 

Il concetto di superfood non và confuso con altre categorie: 

Nutraceutici: sostanze chimiche presenti nel cibo che vengono purificate e commercializzate, in modo analogo a molecole ad azione farmacologica. Echinacea, acido folico, luteina, the verde sono tutti esempi di componenti di alimenti che vengono concentrati e commercializzati per i loro effetti sull’organismo. I claim salutistici possono essere dichiarati in etichetta solo quando seguono linee guida molto precise indicate dall’agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA). 

Cibi funzionali: categoria ampia, in cui rientrano ad esempio i cibi fortificati (es. cereali arricchiti di vitamine del gruppo B). Sono cibi ‘’migliorati’’ dal punto di vista tecnologico per intercettare una specifica domanda in termini di fabbisogno giornaliero. Apportano un dosaggio significativo dei nutrienti quando consumati quotidianamente. 

Cavolo riccio e cavolo nero, broccoli, cavolfiore, bacche di goji, cacao, cioccolato, anacardi, mirtilli, semi di chia, avocado, spinaci, quinoa, grano saraceno, melograno, spirulina, açaí, maca, curcuma, zenzero, peperoncino, funghi shiitake e reishi, alghe. 

Sono alcuni esempi di superfood, oramai nell’olimpo mediatico dei blog di ricette dietetiche. Mettiamoci alla prova e superiamo il cliché del loro essere fondamentali. Il cibo è bello perché è vario: troviamo alternative valide con l’ausilio delle tabelle ufficiali dei valori nutrizionali (LARN) e ruotiamo il più possibile gli alimenti che consumiamo, con l’orecchio sempre teso a ciò che indica la stagionalità. 

di Enrico Ponta