L’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 1980 stimava la prevalenza del diabete in 108 milioni di individui. Rispetto a quel dato, al 2014 il numero è quadruplicato, superando i 420 milioni. Si tratta nel 90% dei casi di diabete di tipo 2, che nella maggior parte dei casi sarebbe prevenibile con l’adozione nel tempo di un corretto stile di vita.

Il fiume immissario che alimenta il mare di pazienti è rappresentato dai prediabetici, ovvero individui che stanno sviluppando la patologia cronica. Si stima rappresentino oltre il 30% della popolazione dei paesi sviluppati, ma anche di molti stati che stanno vivendo il boom economico. Con queste premesse si stima in 640 milioni il numero di diabetici nel mondo nel 2040.

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Il diabete di tipo 2 è quindi preceduto da una condizione nota come prediabete, in cui si assiste ad aumentata glicemia a digiuno (aumento dello zucchero nel sangue) talvolta accompagnata da diminuita tolleranza al glucosio (minore capacità delle cellule di captare lo zucchero e portarlo al loro interno per utilizzarlo). L’organismo risponde inizialmente aumentando per quanto possibile la produzione di insulina, sostenuta dalle cellule β del pancreas, ma è un tentativo transitorio di mantenere un equilibrio. Al momento della diagnosi di diabete, meno della metà delle cellule β sono ancora in funzione, molte invece sono andate incontro a morte programmata.

Dal punto di vista metabolico spesso la prima sede dello squilibrio che tende a cronicizzare non è il pancreas bensì il fegato. La più grande ghiandola del nostro corpo è chiamata a gestire gli scompensi energetici, nonché trasformare o avviare all’eliminazione tutte le molecole assorbite durante la digestione, e giunte dall’intestino tramite il sistema portale. Nel fegato i primi effetti negativi in una condizione spesso multifattoriale (eccesso energetico, infiammazione basale cronica, utilizzo di alcol, farmaci, tabacco, sedentarietà) anticipano l’insulino-resistenza: il processo di steatosi epatica (vai all’articolo di approfondimento) ha inizio con la deposizione di gocciole lipidiche, e il fegato diventa via via meno flessibile ed efficace nella gestione dell’energia assunta con il cibo.

Quali sono i campanelli d’allarme da considerare per indagare sulla presenza di prediabete?

Come ci illustra la figura iniziale dell’articolo, sono diverse le alterazioni che si instaurano nel prediabete, e anche se sono tutte collegate non insorgono dalle indagini cliniche con un ordine progressivo prestabilito. Il controllo che possiamo fare con frequenza annuale è rappresentato dagli esami del sangue, che già attraverso la glicemia e l’emoglobina glicata ci danno informazioni preziose:

  • la glicemia a digiuno è un indicatore di come il nostro organismo sia in grado di gestire l’equilibrio dei livelli di zucchero nel sangue. Una glicemia compresa in un range tra 70 e 95 mg/dL è desiderabile, mentre valori al di fuori richiedono accertamenti.
  • l’emoglobina glicata rappresenta un indicatore dei livelli di glicemia negli ultimi 4 mesi: se la glicemia è stata a lungo oltre la soglia di 100/105 mg/dL, i livelli di glicata risulteranno aumentati in modo anomalo. In modo particolare secondo gli standard 2019 dell’American Diabetes Association un range di HbA1c compresa tra 5.7 e 6.4% individua una condizione di pre-diabete.

I due parametri descritti pur essendo indicatori utili, andrebbero accompagnati da altri marker in una indagine approfondita, in special modo per ciò che riguarda i pazienti con familiarità alla condizione di iperglicemia. Sto parlando di insulina e trigliceridi, che permettono l’estrapolazione di indici quali InsuTAG e TygIndex e la definizione del quadro di sensibilità insulinica.

In corrispondenza del suono di qualche campanello di allarme, il medico può decidere di procedere con accertamenti più approfonditi prescrivendo un test chiamato curva da carico: durante l’esame clinico vengono somministrati alla persona 75 g di glucosio puro (altrimenti detto destrosio o curvosio), e osservate le variazioni nel sangue del glucosio stesso e dell’insulina nel periodo immediatamente successivo. Pur richiedendo una permanenza di alcune ore della persona presso il centro ospedaliero, rappresenta un test diagnostico di eccellenza per chiarire la funzionalità del metabolismo del glucosio.

Cosa possiamo fare per prevenire il prediabete, o per arrestare i cambiamenti patologici che la condizione si porta con se’?

L’attività fisica, ça va sans dire, è la scossa più forte con cui possiamo sbloccare la situazione, agendo a più livelli del metabolismo del glucosio: incremento della sensibilità delle cellule al glucosio e all’insulina, limitazione dello stato infiammatorio, controllo del peso.

Programmi sanitari di prevenzione svolti in diversi Paesi (Cina, USA, Finlandia) hanno evidenziato come la singola attività fisica abbia un effetto a lungo termine potenzialmente maggiore del farmaco metformina nel moderare la glicemia e ritardare l’insorgenza di diabete di tipo 2 in pazienti prediabietici.

Il prediabete non va vista solamente come una soglia pre patologica e di campanello di allarme, ma è essa stessa una malattia di natura complessa e multifattoriale. Studi recenti hanno evidenziato come varie condizioni quali neuropatie, retinopatie, infarto, ipertensione, apnea notturna, bassi livelli di testosterone, steatosi epatica e cancro, si associano frequentemente al prediabete. Progettare un corretto stile di vita basato sui pilastri di alimentazione e attività fisica è l’unica certezza che può portare risultati in ottica di prevenzione. Rivolgersi a un biologo nutrizionista e non affidarsi a rimedi fai-da-te o da blog pseudo scientifici, fa la differenza sul successo dell’intervento.

Quale attività fisica e quale alimentazione sono migliori in ottica di prevenzione?

La letteratura non chiarisce se esercizio fisico a bassa o alta intensità sia migliore nel prevenire l’avanzamento del prediabete in diabete, personalmente ritengo che in assenza di controindicazioni all’attività fisica anaerobica ad alta intensità (come in patologie quali l’ipertensione e le allergie gravi da pollini) questa si completi in maniera preziosa con l’attività aerobica. In questi termini è opportuno alternare allenamenti di tipo diverso: da camminate a passo spedito, a corse con sprint o ripetute o fartlek, costituite sia da fasi di corsa veloce, sia da frangenti di recupero a passo moderato.

Dando stimoli diversi al metabolismo imponiamo adattamenti che rendono l’organismo in grado di invertire la tendenza dei processi patologici.

Di Enrico Ponta

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Bibliografia

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