In un periodo in cui la nostra attenzione è concentrata sull’emergenza sanitaria globale, siamo chiamati ad agire responsabilmente attuando contromisure individuali di importanza fondamentale per la salute pubblica. Dal comportamento di ognuno di noi dipenderà infatti l’efficacia delle politiche avviate dal sistema sanitario per le fasi successive alla riapertura post lockdown. 

E’ facile nella dimensione di una minaccia virologica emergente far convergere tutte le nostre preoccupazioni in un’unico intento: cercare di ridurre al minimo il rischio di venire contagiati. 

Al via allora tutte le procedure di sanificazione che giustamente vanno attuate per non esporre ad alto rischio soprattutto le persone più fragili (anziani, immunodepressi, individui con più patologie).  

La caccia al virus o al batterio di turno non è una novità, ma se facciamo un passo indietro nella storia recente possiamo soffermarci nuovamente su scoperte che sono arrivate a partire dalla fine degli anni 60. Da osservazioni sulla diversa incidenza di patologie allergiche e infiammatorie croniche in popolazioni con standard igienici diversi, si è arrivati a formulare l’ipotesi dell’igiene nel 1989: secondo cui lo sviluppo e la corretta efficienza del sistema immunitario dipendono da una adeguata esposizione dell’individuo a carica microbica, soprattutto nell’età evolutiva. Nella successiva ipotesi del vecchio amico, Rook e collaboratori introducono la visione di una co-evoluzione tra microrganismi e umani nello sviluppo del nostro sistema immunitario. L’interazione tra microbiota e individuo è allora in grado di generare una duplice risposta immunitaria: protezione contro i patogeni, nonché tolleranza dei batteri non patogeni. 

Fig. 1. Timeline con i principali studi che hanno portato alla formulazione dell’ipotesi dell’igiene, e successive ipotesi sul coinvolgimento del microbiota intestinale.

La complessità del microbiota

Noi umani siamo ecosistemi, e i microrganismi che abitano in noi costituiscono un organo essenziale per la salute tanto quanto lo sono il fegato e i reni. Il sistema immunitario non è un elemento statico, ma in continuo apprendimento ed evoluzione: alla nascita assomiglia a un computer appena uscito dalla fabbrica, dotato di hardware e software, ma ancora privo di dati. La massima parte delle informazioni viene raccolte dal “computer” nei primi anni di vita, quando il microbiota intestinale viene plasmato nella sua componente più stabile. Nel resto del percorso, gli stili di vita come il tempo passato all’aria aperta, l’apporto di fibra, polifenoli e grassi insaturi attraverso il cibo continuano a esercitare uno stimolo alla crescita e alla biodiversità del microbiota. Ma non solo: le persone condividono una parte del loro microbiota con i propri animali domestici. In aree rurali la biodiversità del microbiota della pelle è maggiore rispetto a quella di persone che vivono in zone urbanizzate. L’aria stessa che respiriamo è profondamente diversa quando confrontata tra luoghi chiusi e aperti: attraverso il pulviscolo atmosferico inaliamo continuamente batteri, virus, funghi, spore, pollini, tanto che nel corso di una giornata passata all’aria aperta l’inalazione può riguardare fino a 10mld di microrganismi. Possiamo immaginare la varietà di meccanismi attraverso i quali il microbiota riceve una continua contaminazione. 

Abbiamo indicato finora solo aspetti che incrementano in dimensioni e varietà il microbiota, ma tutti noi conosciamo gli effetti nefasti degli antibiotici sulla sua biodiversità. Ancora troppo spesso mi viene riportato dai pazienti in studio il trascurare l’integrazione probiotica durante e dopo una terapia antibiotica. Ancora scarsa è poi l’attenzione di molti sull’importanza di rifornirsi di carni, latticini e uova da una filiera produttiva che minimizzi il ricorso ad antibiotici sugli animali. Anche l’utilizzo massiccio di sostanze antibatteriche per la pulizia di ambienti, abiti e quant’altro inevitabilmente va ad impoverire la comunità microbica che risiede nel nostro intestino. L’igiene accurata è indubbiamente critica per poter uscire rapidamente dalla fase acuta della pandemia, il limite è però la non specificità delle pratiche di sanificazione su un determinato batterio o virus patogeno. 

Fig. 2. I principali fattori ambientali, modificabili o non modificabili, in grado di influire sull’equilibrio della flora intestinale, o di alterare in senso negativo tale equilibrio (disbiosi).

Quali possono essere le conseguenze di un eccesso di igiene prolungato nel tempo? 

Il vero nocciolo degli effetti del cambiamento a cui ci stiamo affacciando riguarderà il sottile equilibrio che lega igiene, microbiota e sistema immunitario.

Gli studi fatti finora e che vi ho riassunto sulla linea del tempo (fig. 1), si sono concentrati perlopiù sulle variazioni del microbiota nelle prime fasi della vita, correlandole con l’incidenza di allergie e malattie autoimmuni nella vita adulta. Questo non esclude che studi futuri possano chiarire le cause e la genesi di disordini immuno-mediati come malattie infiammatorie croniche intestinali e diabete di tipo 1 attraverso la chiave di lettura dell’equilibrio del microbiota.  

Muoversi verso un equilibrio sempre nuovo 

A questo punto, volendo tradurre i concetti in pratica, come agire nel modo migliore per salvaguardare il microbiota dagli stress a cui viene sottoposto con le aumentate misure igieniche? Riassumo in alcuni punti l’indirizzo che possiamo intraprendere per massimizzare la biodiversità dell’ospite:

1-cerchiamo di sbilanciare progressivamente la nostra alimentazione verso un maggiore apporto vegetale, non escludendo alimenti di origine animale ma assicurandoci della qualità della loro origine, e preferendo i freschi, non processati

2-cerchiamo di aumentare l’apporto di verdure crude, quando possibile inserendole anche in pasti in cui non siamo soliti consumarle (es. centrifugati a colazione). 

3-limitiamo temporaneamente l’utilizzo di pratiche che riducono la fibra vegetale (es. estrattore) o che riducono la densità in micronutrienti (bollitura / cottura ad alte temperature). 

4-inseriamo regolarmente prodotti fermentati o probiotici (salsa di soia, pasta di miso, kefir, tempeh, crauti, verdure sottaceto e olive), che forniscono elementi prebiotici preziosi. 

5-in accordo con il nostro medico di base limitiamo l’uso di antibiotici alle condizioni di stretta necessità.

6-appena sarà possibile incrementiamo via via le ore investite in attività e esercizio fisico all’aria aperta. 

7-integriamo all’alimentazione l’apporto di probiotici, preferendo i prodotti che in etichetta riportano una carica batterica superiore al miliardo di unità formanti colonia di Lactobacillus rhamnosus GG, L. plantarum, L. johnsonii, Bifidobacterium bifidum, B. longum W11 o B. infantis.

Questi accorgimenti, se rispettati nel corso del tempo, possono esprimere al meglio il potenziale beneficio sul microbiota e sul nostro stato di salute a lungo termine. 

Di Enrico Ponta 

Bibliografia

Stiemsma LT et al, 2013. The hygiene hypotesis: current perspectives and future therapies. 

Weng M and Walker WA, 2013. The role of gut microbiota in programming the immune phenotype. 

Bloomfield SF et al, 2016. New perspectives on allergic disease, human microbiome, infectious disease intervention and the role of targets hygiene.

Hardy H et al, 2013. Probiotics, prebiotics and immunomodulation of gut mucosal defenses: homeostasis and immunopathology.