L’insorgenza di diverticoli a livello del colon è una condizione intestinale sempre più diffusa nei Paesi Sviluppati, colpendo secondo le stime oltre la metà degli individui sopra i 70 anni.

I sintomi più comuni della patologia sono dolore, sensazione di gonfiore, nausea, alterazione dell’alvo (in senso diarroico o viceversa costipazione). 

Nella maggior parte dei pazienti i diverticoli non si associano a sintomi, mentre in circa il 20% si osservano complicazioni, episodi acuti e talvolta ad andamento recidivante. L’impatto sulla qualità della vita può essere più o meno grave, soprattutto in relazione alla frequenza di riacutizzazione dei disturbi nel soggetto.

Febbre, innalzamento di indici di infiammazione (VES, Proteina C-Reattiva) e aumento dei leucociti nell’emocromo sono segnali che talvolta (ma non sempre) guidano il medico nella diagnosi. L’attuale sistema di categorizzazione della patologia è indicato in tabella:

 

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In ciascun contesto è opportuno comprendere le cause per individuare la strada corretta da intraprendere da un punto di vista di alimentazione e integrazione. Ad esempio gonfiore intestinale e variazioni dell’alvo possono essere conseguenze di una sovraccrescita batterica intestinale (SIBO), nella quale spesso la costipazione è più frequente della diarrea. 

La diverticolosi asintomatica (condizione più comune tra quelle elencate in tabella), pur non comportando ancora alcun deficit nella qualità della vita del paziente, rappresenta un campanello d’allarme importante. Di fronte a questa evidenza è bene per la persona intraprendere prima possibile un percorso di modifica dello stile di vita, con particolare attenzione all’apporto quantitativo giornaliero di fibra (in corretto rapporto tra fibra solubile e insolubile). 

I cardini del trattamento dieto – terapeutico

Le fibre sono definite come la parte edibile dei vegetali che è resistente a a digestione e assorbimento nella prima parte dell’intestino (tenue) e che dà origine a fermentazione parziale o completa a livello del colon.  Le fibre sono in grado di aumentare la massa fecale, regolarizzare i movimenti intestinali, agire come prebiotici nutrendo la comunità di batteri del microbiota. L’apporto di fibra giornaliero è raggiunto attraverso il consumo di verdura, frutta e cereali integrali, ed eventualmente ottimizzato attraverso l’utilizzo di integratori contenenti fibra. 

Distinguiamo 2 tipi di fibra non amidacea: solubile e insolubile. Quelle solubili si sciolgono in acqua costituendo dei gel viscosi; superano non digerite il tenue e raggiungono il colon, dove costituiscono la base per la fermentazione da parte dei batteri residenti. 

Le fibre insolubili invece non si sciolgono in acqua, e la loro fermentabilità è limitata. Vengono eliminate quasi del tutto non modificate.

Secondo le linee guida dell’Academy of Nutrition and Dietetics l’apporto adeguato di fibre complessive nell’adulto medio potrebbe attestarsi intorno ai 14 g ogni 1000kCal giornaliere, ovvero circa 25 g per le donne e 38 g per gli uomini. Secondo uno studio recente la stima dell’apporto nelle popolazioni del Mediterraneo (pur essendo estremamente variabile il consumo da soggetto a soggetto) potrebbe attestarsi intorno a 24,3 +/- 9,4 g/die, con un andamento di incremento, +1,8g/die, negli ultimi 10 anni. Pur essendo migliorato, l’apporto di fibra è ancora lontano dall’optimum in prospettiva prevenzione.

Lo studio EPIC condotto su 47mila partecipanti ha evidenziato come negli individui vegetariani il rischio di incorrere in malattia diverticolare era ridotto del 31% rispetto a chi mangiava una dieta onnivora.

 

Quando la malattia si è già manifestata con almeno un episodio acuto, è opportuno incrementare l’apporto di fibra, o si rischia di peggiorare i sintomi ? 

L’importanza di una dieta ricca in fibre in prevenzione della patologia diverticolare è nota dagli anni 70, quando Painter e Burkitt osservarono che la patologia era rara in zone rurali dell’Africa, e invece molto diffusa in Paesi economicamente sviluppati. 

La fibra deve essere apportata sia in prevenzione che a malattia conclamata, è l’unico modo che abbiamo per mantenere pulito il canale intestinale. 

Durante le fasi acute può essere opportuno limitare le fonti di fibra insolubile, che potrebbero recare danno ulteriore ai processi infiammatori a livello locale, mantenendo invece un minimo apporto di fibra nelle sue forme solubili (pectine, gomme, fruttani e alcune emicellulose; contenute soprattutto in alcuni tipi di frutta). Il dosaggio all’interno del piano nutrizionale è critico per evitare disbiosi, cioè squilibri della comunità batterica del microbiota intestinale. Il consumo di legumi decorticati, oppure il ricorso a dieta liquida rappresentano dei mezzi per conciliare due aspetti fondamentali: controllare glicemia e insulinemia dopo il pasto (che hanno effetto sull’infiammazione) e facilitare un transito intestinale più regolare possibile. 

 

Come comportarsi con alimenti come noci, semi, granaglie e prodotti derivati? 

Il consiglio diffuso anche a livello medico di evitare alimenti di questo tipo per il loro possibile impatto sui diverticoli e per il possibile peggioramento del quadro clinico sintomatologico, è scientificamente infondata. Uno studio condotto per 20 anni su oltre 47200 individui tra i 45 e i 70 anni ha evidenziato una relazione inversa tra consumo di noci e semi e rischio di diverticolite: maggiore è stato il loro consumo, minore il rischio di insorgenza dei sintomi. 

Noci, semi e granaglie non sono responsabilidi episodi acuti di diverticolite, e anzi possono rivelarsi protettivinella prevenzione di complicanze.

 

I probiotici se apportati in dose adeguata possono influenzare l’equilibrio del microbiota e avere effetti benefici sull’ecosistema intestinale. I più comunemente utilizzati comprendono ceppi appartenenti ai generi Bifidobacterium, Lactobacillus, E. coli e Saccharomyces cerevisiae. I microrganismi probiotici agiscono attraverso la prevenzione dell’adesione dei patogeni alle pareti intestinali, e la stimolazione della funzione del sistema immunitario. 

Fattori potenzialmente influenti sulla patogenesi della malattia diverticolare, su cui sono già stati condotti vari studi, ma per i quali mancano evidenze definitive: 

Vitamina D: Bassi livelli nel sangue di vitamina D-25-OH si sono dimostrati essere efficaci nell’aumentare il rischio di diverticolosi non complicata in uno studio su oltre 9000 pazienti. 

Obesità: Numerosi studi hanno evidenziato una relazione positiva tra indice di massa corporea, circonferenza della vita, rapporto vita-fianchi e rischio di sviluppare diverticolite. Pur non essendo ancora chiaro il meccanismo, che potrebbe coinvolgere l’apporto di fibra e/o l’equilibro della flora intestinale, sembra che non ci sia comunque associazione tra livello di attività fisica e rischio di insorgenza della diverticolite. 

Attività fisica: soltanto l’esercizio fisico condotto regolarmente e in modo intenso (‘’vigorous activity’’) sembra alleviare la sintomatologia in pazienti con diverticolite complicata. 

 

Di Enrico Ponta

 

 

Bibliografia

 

Carabotti M, Annibale B, Treatment of diverticular disease: an update on latest evidence and clinical implications, 2018

 

Carabotti M et al, ole of fiber in symptomatic uncomplicated diverticular disease: a systematic review, 2016

 

Maguire LH et al, Higher serum levels of vitamin D are associated with a reduced risk of diverticulitis, 2013

 

Rezapour M et al, Diverticular Disease: an update on pathogenesis and management, 2017

 

Tursi A, Diverticular disease: A therapeutic overview, 2010