Il sovrappeso e l’obesità interessano oggi 1,9 miliardi di persone sul nostro pianeta (dati 2014) e sono condizioni definite da un indice di massa corporea della persona superiore rispettivamente al 25 e al 30. Nonostante la base dell’aumento di peso sia uno squilibrio apparentemente lineare (l’energia introdotta è superiore rispetto a quella consumata), l’origine del sovrappeso è spesso complessa, e vede il coinvolgimento di diversi attori: biologici, psicologici, sociali e ambientali.

L’approccio con cui molti professionisti della nutrizione affrontano insieme al paziente la problematica del sovrappeso è rappresentato dalla restrizione calorica. Essa consiste nella definizione di un piano nutrizionale in cui le calorie quotidiane totali della giornata sono il 25% in meno rispetto al fabbisogno stimato per il paziente, ovviamente evitando carenze che causerebbero la malnutrizione. In realtà regimi più stringenti possono spingersi fino a -40% rispetto al fabbisogno quotidiano della persona, col rischio però di impattare in un rallentamento significativo della funzione tiroidea (e quindi del metabolismo), causando un ritardo o un’assenza dei risultati ricercati in termini di calo di peso.

Da studi animali sulla restrizione calorica emerge come in quasi tutte le specie si verifichi un aumento della durata del ciclo di vita in una situazione in cui la disponibilità di cibo crolla (dal 30 al 75%) rispetto al fabbisogno dell’animale. Il metabolismo di noi animali è adattato da millenni di pressione evolutiva alle situazioni di scarsità.

Con questa chiave di lettura, la restrizione calorica può essere vista come la positiva trasposizione sociale della scarsità di cibo che si manifesta ciclicamente in natura per le specie selvatiche. L’accessibilità sempre-e-ovunque delle fonti di cibo, gli stili di vita frenetici, nonchè l’irregolarità degli orari con cui ci si alimenta, rappresentano degli ostacoli alla gestione quotidiana della restrizione calorica, motivo per cui talvolta i piani nutrizionali possono risultare non efficaci nel raggiungimento dell’obiettivo.

In conseguenza a quanto descritto, si è affacciato recentemente all’attenzione dei media e del mondo scientifico un metodo “alternativo” per la riduzione del peso, ovvero un sostituto alla classica restrizione calorica in una dimensione di prevenzione delle patologie connesse con l’obesità. Stiamo parlando del digiuno intermittente, una strategia che non può essere definita ‘’nuova’’, ma che invece costituisce una pratica plurimillenaria per l’umanità. Le più antiche testimonianze del digiuno auto-indotto infatti risalgono alla civiltà egizia, e accompagnano la storia recente dell’uomo assumendo ruoli e significati talvolta completamente diversi: dal ruolo ascetico introdotto da molti santi cattolici, a quello mediatico e spettacolare (gli artisti della fame e gli scheletri viventi), a quello politico. La pratica del digiuno ha accompagnato la nostra storia e viene riproposta oggi in una veste completamente nuova: come metodo preventivo nell’insorgenza di patologie secondarie all’obesità.

Cosa si intende di preciso per digiuno intermittente?

Qualsiasi programma nutrizionale che modifica i canonici tempi di assunzione del cibo, utilizzando brevi digiuni allo scopo di migliorare la composizione corporea. La realizzazione del digiuno intermittente può essere attuata in diversi modi, con risultati sul metabolismo talvolta diversi.

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Tabella 1: Esempi di schemi nutrizionali restrittivi settimanali. Confronto tra restrizione calorica (riga in giallo) e diverse tipologie di digiuno. Per restrizione calorica si intende la riduzione di 1/4 del fabbisogno calorico quotidiano tarato per una certa persona (75% kcal). Ad libitum: mangiare senza alcuna restrizione.

Digiuno alternato: i giorni di astinenza totale o parziale dal cibo sono alternati a giorni in cui si mangia senza alcuna restrizione (ad libitum). L’apporto energetico nei giorni di restrizione (da 0 a 25% rispetto al fabbisogno, a seconda della rigidità del digiuno adottato) compensa gli eccessi nutrizionali dei giorni ‘’normali’’, portando a un bilancio settimanale favorevole al dimagrimento.

Digiuno parziale, o limitato a un arco temporale della giornata: l’assunzione di cibo è limitata cronologicamente a poche ore nella giornata. Solitamente si imposta l’arco di tempo di alimentazione libera all’interno delle 4 – 8 ore successive al risveglio.

Digiuno a giorni interi: si osservano 1 o 2 giorni di digiuno completo nell’arco della settimana. Le abitudini alimentari della persona non vengono alterate.

Perché (e per chi) potrebbe essere utile il digiuno intermittente?

Il digiuno presuppone un approccio psicologico e organizzativo completamente diverso alla settimana di dieta da parte della persona, differenziandosi dalla restrizione calorica (riga gialla della tabella 1) che invece dà un apporto ipocalorico costante.

Pur avendo a mio parere connotati diseducativi, se inserito all’interno di un programma mirato di riduzione ponderale il digiuno intermittente può essere efficace nel raggiungimento dell’obiettivo in quei casi in cui la restrizione calorica abbia portato ad un iniziale fallimento. In quel caso la persona deve essere seguita da un professionista dell’alimentazione, per evitare di incorrere in una condizione di malnutrizione. Dal punto di vista soggettivo, non tutti i caratteri e non tutti i metabolismi sono comunque in grado di trarre vantaggio dal digiuno intermittente.

Per gli sportivi e per chi fa attività fisica frequente in assenza di un sovrappeso conclamato è sconsigliata ogni pratica di digiuno, a causa degli effetti negativi a carico del fegato e della muscolatura scheletrica. Sono riassunti in tabella 2 i risultati di uno studio pre-clinico in cui sono messi a confronto gli effetti a breve termine (3-24 settimane) della restrizione calorica e del digiuno in diversi organi:

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Tabella 2: Confronto tra gli effetti in specifici organi della restrizione calorica e del digiuno intermittente, condotti per un periodo di tempo breve. Entrambi i regimi si sono dimostrati protettivi nei confronti del danno ossidativo a carico del cervello e del cuore, probabilmente attraverso la riduzione del tasso metabolico basale di questi organi. Diverso il discorso per quanto riguarda fegato e muscoli, dove un digiuno anche a breve termine vede l’innesco di meccanismi di produzione di radicali liberi con conseguenti effetti dannosi di questi compartimenti.   

Il digiuno intermittente rappresenta una metodologia di riduzione ponderale i cui effetti non sono ancora ben caratterizzati a livello di pratica clinica come invece per la restrizione calorica. Se l’effetto di riduzione del peso può essere verificato in entrambi i regimi, per quanto riguarda la sensibilità all’insulina solamente la restrizione calorica è in grado di portare a un miglioramento nei parametri dell’individuo. Quindi anche in ottica di prevenzione del diabete e delle patologie cardiovascolari, la restrizione calorica è da preferire al digiuno intermittente.

Complessivamente si può dire che il digiuno rappresenta una opportunità di riduzione di peso corporeo con più restrizioni ed effetti collaterali rispetto alla restrizione calorica. Sicuramente studi clinici futuri porteranno alla luce altri aspetti interessanti legati alla sua applicazione.

EP

 

Fonti bibliografiche

Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche, il rifiuto del cibo nella storia. W Vandereycken, R van Deth. Raffaello Cortina Editore, 1994.

Intermittent fasting interventions for the treatment of overweight and obesity in adults aged 18 years and over: a systematic review protocol. L J Ells, G Atkinson, V McGowan, S Hamilton, G Waller, S Harrison. JBI Database of Systematic Reviews & Implementation Reports, 2015.

Effects of intermittent fasting on body composition and clinical health markers in humans. G Tinsley and P La Bounty. Nutrition Reviews, 2015.

Do intermittent diets provide physiological benefits over continuous diets for weight loss? A systematic review of clinical trials. R Seimon, JRoekenes, J Zibellini, B Zhu, A Gibson, A Hills, R Wood, N King, N Byrne, A Sainsbury. Molecular and cellular endocrinology, 2015.

Longevity: epigenetic and biomolecular aspects. G Taormina and M Mirisola. BioMol concepts, 2015.